addio

addioe’ finita. speravo di avere anche io diritto all’oblio. invece no. le parole di annaveronica riportano un passato che non volevo tornasse. inutile negare: le cose sono andate come ha detto lei. mi spiace. ho sbagliato, e continuerò a pagare per il mio sbaglio. ma qui non mi resta che sparire. tornerò a essere solo una mano che schiaccia il pulsante della videocamera per inquadrare quello che altri mi dicono di filmare. se vi ho ingannato vi chiedo scusa. ma non pensavo che lei (quella che si nasconde sotto il nome di annaveroinica…) mi scovasse anche qui e anche qui mi chiedesse conto del mio errore. mi spiace per ducella. non avrei il coraggio di guardarti negli occhi, se ti incontrassi ora.
forse in un’altra vita. o in un altro blog.
me ne vado con una curiosità: come avreste chiuso voi questo blog, se annaveronica non mi avesse obbligato a questo triste e malinconico congedo?
addio

A cavallo della tigre

tigre piTigre arnaudancora firenze. ancora mostri. ancora immagini d’orrore. stanotte, tornato dalla ennesima missione mediatica nei territori della “stirpe del male” (e della sua devastante banalità….), per ripulirmi un poco l’anima e gli occhi ho acceso Sky e mi sono ritrovato sulle immagini di Vita di Pi. Il ragazzo, l’oceano e la tigre. e ho pensato – all’improvviso – che proprio una tigre è il “personaggio” conclusivo del romanzo al cui protagonista ho rubato il nome.
allora ho ripreso in mano Pirandello e ho letto avidamente brani del finale:
“…io udivo qua nella gabbia il sordo ruglio della belva e l’affanno orrendo dell’uomo che s’era abbandonato alle zanne, agli artigli di quella, che gli squarciavano la gola e il petto; udivo, udivo, seguitavo a udire su quel ruglio, su quell’affanno là, il ticchettio continuo della macchinetta, di cui la mia mano, sola, da sè, ancora, seguitava a girare la manovella; e m’aspettavo che la belva ora si sarebbe lanciata addosso a me; e gli attimi di quell’attesa mi parevano eterni, e mi pareva che per l’eterntà io li scandissi girando, girando ancora la manovella, senza poterne fare a meno…”
mi sono chiesto che cosa rappresenti davvero la tigre nell’economia della società dello spettacolo. chi la potrebbe sostituire oggi. che equivalenti felini e tigrini circolano nella gabbia dei media 100 anni dopo il romanzo di Pirandello. qualche risposta ce l’ho. ma non ho più voglia di pensare. oggi posso solo ripetere le parole finali di Serafino Gubbio: “Grazie a tutti, ora basta. voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così – solo, muto e impassibile – a far l’operatore”.

Salti nel vuoto

suora che si lancia

A scene from Pawel Pawlikowski's award-winning Ida.ci sono film da cui esci sconvolto non so se vi è mai capitato perché non basta che sia un bel film ma deve anche toccare e pungere e grattare e accarezzare qualcosa della tua vita per sconvolgerti e a me capitava spesso quando avevo tanta vita ma ora che vivo nascosto e recluso e vivo al minimo anche i film mi toccano meno e mi sconvolgono meno però ieri da Ida sono uscito sconvolto e non per quel biancoenero malinconico e nevoso da socialismoreale polacco annisessanta e neanche perchè mi sembrava di rivedere dreyer e bresson e quei visionari lì no no no no io mi sono sentito pietrificato per il salto nel vuoto di wanda la giudice che si butta giù dalla finestra senza preavviso e stacca la spina ed è come una frustata sulla schiena e mi ha ricordato ancora una volta l’analogo salto nel vuoto del finale di Io la conoscevo bene e allora ho amato e odiato Ida per quel che mi ha ricordato e per l’esperienza che mi ha fatto rivivere e per come il cinema sempre si impasta con la vita e con i ricordi della vita e ho rivisto mentalmente Funny Games e Il grido e Germania anno zero e Riso amaro e i tanti e tanti film in cui c’è un salto nel vuoto, e ho sentito i salti e i vuoti della mia vita….
ma poi sull’ascensore che dalle viscere del cinema apollo mi riportava in superficie nel sole di milano via via da quel biancoenero da socialismo reale polacco annisessanta due signore della milano bene non più da bere bofonchiavano stizzite e che palle tutte ste scale dice una e l’altra mi guarda negli occhi e con aria di sfida sbotta e che palle sto film! e che palle i critici che gli danno quattro palle e io non so che dire che palle quelli che dicono sempre e solo che palle ma me ne sto zitto non ho niente da dire non ho PIU’ niente da dire vorrei saltare via anche io via dall’ascensore via dalle signorebene via da quelli che commentano i film e da quelli che vorrebero solo filmpopcorn ma anche da quelli che si masturbano per i film intellettuali via via da questo triste spettacolo e mentre esco fuori penso che non sopporto il sole di milano e che ho voglia di viscere e che forse allora me ne torno giù ancora giù nel biancoenero annisessanta di dreyer e bresson dove nessuno dice che palle e dove forse a volte ancora capita di sentire grattare la vita….

Quelli con cui non vorrei mai trovarmi a cena

Avete presente il tipo “talebano”? Quello che ha un’idea in testa, una sola, piccola piccola, ma granitica e inscalfibile? Proviamo a fare un elenco delle categorie di persone riconducibili a questa tipologia: i camorristi, i tifosi ultras, gli evangelizzatori… Ognuno di voi aggiunga chi gli pare. Sono esseri umani che non conoscono il dubbio, l’incertezza, l’esitazione, l’ironia, la disperazine. Cioè i sentimenti o gli stati d’animo per cui, secondo me , vale la pena di vivere. Mi fanno paura. L’altra sera sono finito a tavola con un gruppo così. Non erano nè camorristi né ultras. Erano CRITICI. Giornalisti e professori. Non sto a spiegarvi come e perchè ero finito lì. Dovevo fare un servizio per un loro convegno, uno di loro mi ha riconosciuto (ero stato suo studente all’universitá…) e mi ha invitato al loro tavolo. Non so neanche io perché ho accettato. Fatto sta che per tutta la sera mi sono dovuto sorbire anatemi e sproloqui contro tutto ciò che ha successo. Contro quelli che amano Checco Zalone, quelli che guardano X Factor, quelli che leggono Faletti, e così via. Soprattutto ce l’avevano con la mostra Van Gogh Alive che c’è stata a Milano fino a qualche settimana fa. L’avete vista? A sentir loro, sarebbe la vergogna del secolo. I quadri – dicevano – diventano extralarge. Le opere di VAn Gogh vengono ingrandite, deformate, alterate. Si isolano partiolari che diventano grandi come una parete. Non c’è rispetto per l’originale. Sono solo copie. Falsi. Inaccettabili. Vi confesso che più li sentivo, più mi veniva voglia di vederla,la mostra. Ma non è più possibile, l’hanno smontata. Qualcuno di voi l’ha vista? Mi racconta com’è? E comunque, mi dite cosa ne pensate? Giusto per smorzare un po’ il tono di questo blog che con gli ultimi post rischia di diventare un po’troppo necrofilo….

Io la conoscevo bene

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Sono tornato stanotte da Firenze. La Tv per cui lavoro mi aveva mandato a “prendere” qualche immagine del delitto del signore ultraottantenne che ha strangolato la moglie di 88 anni malata di Alzheimer. Non so se qualcuno è entrato nel luogo del delitto. Io, come la maggior parte degli altri reporter e operatori, sono rimasto fuori dalla porta. Non ci hanno fatto accedere. Non ci hanno consentito di vedere e di filmare. Le avete viste le immagini mandate in onda dalle Tv e pubblicate sui giornali? Auto della polizia, carabinieri all’ingresso dell’edificio. Porte chiuse. Repertorio? No: il nulla spacciato per informazione. O usato per eccitare la pruderie. La voglia di vedere. Vedere la faccia dell’assassino, vedere la “normalità” di una casa borghese macchiata dall’irruzione della morte e del male. Io, potessi decidere cosa mandare in onda, sapete che immagini avrei trasmesso? quelle di Amour di Michael Haneke. Perchè lì, in quella storia di finzione, c’è tutta la verità di chi uccide per amore, di chi non regge più le ingiurie che il tempo e la vita fanno al corpo. al proprio e a quello di chi si ama. cosa succederebbe se un Tg mandasse in onda la scena finale di Amour sulle parole del cronista che informa dell’uxoricidio di Firenze? io non sapevo neanche dell’esistenza della signora uccisa prima che mi chiedessero di andare a Firenze. eppure, “io la conoscevo bene”, quella signora. Conoscevo la sua storia, conoscevo il suo dolore. e il dolore dell’uomo che la amava tanto da privarla della vita. Sbaglio? ditemelo voi.. Perchè i media hanno tanta paura non della realtà ma della finzione? Da dove ci viene la conoscenza delle cose?

A volte scompaio

A volte scompaio. Mi nascondo. Mi disconnetto. Ne ho bisogno. Stacco i contatti con tutto ciò che è lontano per concentrarmi su ciò che mi ê vicino. Il mio corpo. I miei semsi. I miei ricordi. La mia anima. Ammesso che ne abbia una. Negli ultimi giorni ero ” scomparso”. Appena riemerso, ho trovato i vostri messaggi. Li ho divorati. È come se un’intelligenza collettiva si fosse presa cura della memoria della ragazza con la Moleskine. È questo che mi interessa. Non tanto fornire un colpevole alle autoritá inquirenti che non sono state capaci di trovarlo, ma non lasciare una morte nell’insensatezza. Una vita nel non senso di una fine apparentemente inspiegabile. Molti di voi l’hanno intuito, l’hanno scritto. Mancavano dei dettagli, certo. Ho cercato di recuperarli, di farli affiorare dalla memoria. La ragazza aveva un taglio netto sulla gola. Nien’altro. E indossava un paio di jeans e un maglioncino color vinaccia. Altro la mia labile memoria non mi dice. Nè ho voglia di cercare nell’archivio della tv per cui lavoro le immagini mandate in onda ormai parecchi anni fa. Però ho provato, come suggerisce uno di voi, a far ricorso agli altri sensi. E l’olfatto mi ha parlato. L’immagine della ragazza con la Moleskine si associa infatti nel mio ricordo non al consueto tanfo di piscio nauseabondo che in genere aleggia nei bagni pubblici, ma a un odore dolciastro, strano, non particolarmente gradevole ma con qualcosa di stranamente sensuale. Vi dice qualcosa? Vi suggerisce qualcosa?
Oggi però chiedo il vostro aiuto per un’altra cosa. Da un paio di giorni sono ossessionato da un’immagine. La vedo in continuazione nella mia mente, ma non riesco a ricordarmi da dove viene. È un’immagine in bianco e nero. Un interno. Una tenda mossa dall’aria, una finestra aperta, uno specchio. Nient’altro. Sono certo che è un film, ma non rieso a ricordare quale. E non capisco perchè questa traccia visiva mi si sia ripresentata più o meno quando ho comnciato a ripensare al caso della ragazza con la Moleskine. Mi aiutate?

Per metà era inzuppata di sangue

Per metà era inzuppata di sangue. Sangue nero, sangue amaro. Anche morendo l’aveva tenuta stretta fra le dita, come temendo che volessero portargliela via. In realtà, sulla Moleskine ritrovata nella mano sinistra del cadavere della giovane donna- supina sul pavimento bagnato della toilette di una stazione di provincia – c’erano solo disegni. Il sangue rappreso li aveva parzialmente oscurati, ma non tanto da nascondere che erano disegni di corpi. Corpi nudi, corpi stilizzati, corpi asessuati. Il cadavere però era perfettamente vestito. Non c’erano tracce di violenza tranne la ferita di arma da taglio che le era stata fatale.
Nessuno ha mai saputo chi fosse la ragazza, nè chi e perchê l’avesse uccisa. Caso irrisolto e finito nell’oblio. Uno dei tanti. Ma io ho un ricordo vivissimo di quella moleskine e ho fatto negli anni mille congetture per cercare di trovare una spiegazione. Una ragione. Un indizio. Una pista. Una verità. Non ci sono riuscito. C’è qualcun di voi che usando le immagini o le parole sente di poter provare a comuncare la verità di quella giovane, il mistero di quei disegni e il racconto di quella morte?

Voi che non avete mai visto i morti…

Sapete qual è il problema? E’ che voi non avete mai visto i morti. Voi non sapete cosa si prova quando ce li si trova lì davanti, immobili, a volte ancora caldi di vita, altre volte già definitivamente ghiacciati nel gelo della morte. Voi non avete mai sentito l’odore di un “luogo del delitto”: quel tanfo inconfondibile di sangue misto a carne umana, e poi anche odore di pelle, di ossa, di visceri e escrementi…
Voi non conoscete il silenzio di un luogo del delitto. Silenzio assoluto. Per quanti rumori possano esserci in un “luogo del delitto”, vi assicuro – io che di morti ammazzati ne ho visti tanti – che tu che sei lì non li senti. Ti sembra di essere sotto una campana di vetro. Di galleggiare nel vuoto. Vuoto fisico, ma anche vuoto mentale. Vacuum. Horror vacui. Solo chi non ha mai visto un morto può scandalizzarsi per la foto di Black Dahlia che ho usato per rappresentare un delitto di cui sono stato attonito e traumatizzato testimone. Ai miei tempi – quando la scuola e l’università erano cose serie, e anche il mondo lo era – ci insegnavano che il modo migliore per arrivare alla verità è passare per la finzione. Quel che ho cercato di fare io. Ma a voi cosa insegnano? che se voglio comunicare un cosa devo darvi per forza un’immagine di quella stssa cosa? come se l’immagine e la cosa fossero, appunto, la stessa cosa?
Io volevo solo trasmettervi un po’ del mio smarrimento di fronte a certi cadaveri che incontro nel mio lavoro. Che a volte -credetemi- è intollerabile. Ma solo Enrico IV si è avvicinato al mio segreto. Gli altri girano a vuoto.
“Ma te lo sei scelto tu, il tuo lavoro…”, scrive uno di voi. Falso. Non siamo mai noi a scegliere, è la vita che ci sceglie. Io, a 19 anni, quando mi sono iscritto al Dams, ero convinto che potevo essere il nuovo Stanley Kubrick. A 23 anni, quando mi sono laureato, mi sarei accontentato di fare il regista di un cinepanettone. A 26 anni avrei fatto carte false per fare l’aiuto regista di una fiction di Rai Uno. A 30 anni mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato per lavorare in una Tv commerciale e fare il videoperatore di cronaca nera. Ho accettato. Mi fa schifo quello che faccio, ma mi pagano decentemente. E poi non devo pensare. Giro, e basta. Devo produrre immagini sensazionalistiche che non comunicano nulla. Nulla se non chiacchiericcio, blablabla mediatico. Spuma acida. Bava. Taccio e giro. Quello che mi dicono di girare. Però poi cerco di comunicare in questo mio blog. E mi ritorvo ad essere letto da gente che vorrebbe da me le stesse immagini “vere” ma vuote che già produco per la Tv. Che tristezza. Non ci sto. Non ci sto proprio. con il prossimo articolo proverò a lanciare una sfida. A voi, che non avete visto i morti.

Chi ha messo il reggiseno a Eva Green?

EvaGreen_TheDreamers_1

The Dreamer, directed by Bernardo Bertolucci.Sono io che mento, o sono le immagini a mentire?, si chiede e mi chiede Giustino Boggiolo.
Bella domanda. ma non illudetevi – ammesso e non concesso che sia in grado di farlo – che io vi risponda con qualche facile formuletta. Dico solo a voi tutti che bisogna stare attenti con le immagini. Guardate queste due, ad esempio.
Marta Ajala ha pubblicato quella con reggiseno, trovata su Google. Bella, statuaria, pertinente, non c’è che dire. Solo che quella immagine nel film The Dreamers di Bertolucci NON C’E’. Nel film c’è l’altra immagine, quella in cui Eva Green ha il seno scoperto. Marta Ajala se n’è accorta e ha rettificato. Bene. Ma mi chiedo allora: chi nel web ha messo il reggiseno a Eva Green? perchè potete apprezzare o no questo tipo di immagine, ma di certo nel film il reggiseno non c’è. e allora chi mente? google? marta che pubblica l’immagine falsa? l’immagine stessa? non ditemi che è questione di poco conto: se un film è un’opera d’arte (e lo è), mettere il reggiseno a una delle immagini che lo compomgno non è molto diverso dagli atteggiamenti censori di chi pretenmdeva in passato di mettere i mutandoni al David di Michelangelo o ai nudi della Cappella Sistina. pensateci, e forse riuscirete a vedere sotto una luce diversa anche l’immagine che ho postato nell’articolo “identità sconosciuta”, alla cui segreta verità vi siete solo – in qualche caso – avvicinati…